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    Sintesi delle idee e delle proposte emerse dall’incontro del 20 febbraio 2017 Il digitale per la competitività delle imprese

    Inquadramento:

    La Regione sta incrociando il tema della Agenda Digitale, anche operativamente, con diversi ambiti e campi per i motivi che abbiamo appena ascoltato. La forza dirompente del digitale sta condizionando qualsiasi campo e ambito del sapere, ma anche le dimensioni economiche ed organizzative sociali e culturali. Avviamo quindi in questa sede un dialogo libero, dove parliamo di problemi, ma soprattutto di soluzioni desiderate sul tema delle  Start-up e della open  innovation.
    Start-up è diventata una parola di grande diffusione e glamour. Tre sono le caratteristiche principali:
    Start up innovativa (è un pezzo del tema inquadrata anche normativamente); ricerca personale con laurea magistrale e dottorato o brevetti con vantaggi fiscali; non tutte le nuove imprese vengono chiamate start-up (ad esempio ci sono che gli spin-off in quanto startup generata da contesti universitari). Start up solitamente richiama un contenuto fortemente innovativo anche ma non solo connesso con il mondo digitale. Spesso infatti è identificata come nuova impresa fatta da due giovani smanettoni legati spesso al mondo delle app -> ma tale definizione è molto riduttiva perché le start-up sono qualcosa di diverso dall’impresa tradizionale, spesso c’è una crasi, come fossero due binari paralleli, da un lato una  economia molto di moda e dall’altra le imprese tradizionali che magari sono immaginate come dei contesti grigi; in realtà bisognerebbe cancellare il fatto che le start-up siano diverse da una impresa tradizionale. Spesso dopo 6 mesi o un anno le start up vanno in affanno, le regole di gestione sono dure da rispettare.
    Alaltro snodo è il fatto che qui c’è il grande potenziale con le startup quindi start-up DIVERSO (va trasformato in non sono DIVERSE) da impresa tradizionale
    Agilità delle start-up, possono essere viatico efficace e quindi fare in modo che start-up possa aiutare le aziende tradizionali. Quali problemi si possono intravvedere? Ultimo spunto è dato dalla open innovation, tema che nasce nel 2003 (con Henry Chesbrough, autore di Open Innovation: The New Imperative for Creating and Profiting from Technology (HBS Press, 2003) e anticipa i temi attuali della digitalizzazione, legandosi alla circolazione delle competenze e delle conoscenze, l’accessibilità, l’annullamento di problemi di relazione interculturale e geografica
    Open innovation (interessante per le PMI) ha sostanzialmente due principi chiave: i migliori nel tuo campo non lavorano per te te e tu non sei il migliore; se sei un leader di mercato stai preoccupato perché c’è qualcuno che fa meglio di te e arriverà prima o poi a superarti. I tempi e i confini della competizione sono diversi da 5 anni fa quindi open innovation è un approccio ora percorribile, significa sostanzialmente due cose:
    1)    Capisci quali sono le tue core competence, su cosa sei davvero competitivo. Magari sai fare un prodotto ma non imballarlo, ragionare sulla catena del valore, la value chain. Quindi di conseguenza progettare e strutturare processi di innovazione aperta, che non è outsourcing. Le aziende che applicano la open innovation investono di più anche se hanno spostato la ricerca e lo sviluppo. Esempio di aziende che girano per cercare le migliori competenze.
    2)    Open innovation significa prima di tutto organizzazione. Le aziende sono tradizionalmente strutturate per scrivere contratti di ricerca industriali con università, per definire contratto di proprietà intellettuale. Prima tutto dentro le mura, i veri provider erano i fornitori ora invece si deve dialogare con chi c’è nel mondo, lavorare in remoto, interfacciarsi con un’altra lingua, è un modo di lavorare diverso. I mezzi digitali aiutano però c’è un tema organizzativo dietro -> riorganizzarsi quindi anche con persone nuove.
    Start-up è un pezzo di open innovation faccio open innovation e passo per le start-up; ci sono idee sviluppate da una start-up: perché non parlare e immaginare come collaborare, testare e incorporare? Non si deve necessariamente comprare.
    Open innovation significa dialogare con start-up ma non solo.
    La prima azienda europea che ha fatto open innovation è stata la Philips, aveva un centro ricerca di 2000 persone blindato, ora è campus aperto (High Tech Campus) in cui ci sono 178 start-up che ricercano, sviluppano, lavorano per meno del 30% per Philips, il resto è destinato ai suoi competitor. Philips aveva migliaia di brevetti e tecnici però si sono innovati.
    Altro colosso -> è il gruppo Proctel&Gamble (che ha tantissimi marchi), ad esempio interessante è la storia di Swiffer nata come start up e poi incorporati da Procter
    Ancora un esempio è dato da Nespresso, idea nata in seno alla Nestlè ma non accettata, per cui l’ideatore è uscito e ha fatto sua azienda e poi gli hanno dato molti soldi per tornare.
    La proprietà intellettuale è anche per i piccoli non solo per i grandi, proprietà intellettuale è un insieme di tante cose, non sono brevetti.
    Idee e proposte:

    • Credito per start-up (Soluzioni: servizi accompagnamento, no credito da banche per le idee)
    • Rapporto start-up/azienda consolidata (Soluzioni: favorire collegamenti e collaborazioni; migliore conoscenza del mercato e processi del settore; accelerazione digitalizzazione, servitization/modelli di businness)
    • Ecosistema – Regole/burocrazia (Soluzioni: regole bandi por favorevoli al sistema Impresa
    • Conoscenza nome su innovazione difforme tra paesi europei (soluzione: miglioramento dell’informazione e ruolo intermediari, e professionisti, associazioni e CCIA ovvero il tema della rete)
    • Driver dell’innovazione (soluzioni: public procurement; diversi livelli/strategie, la Regione qui può avere un ruolo attivo)
    • Competenze/scuola/università (Soluzioni: grande potenziale di nuovi strumenti, alternanza scuola lavoro, ITS,  stage infralaurea, dottorato industriale)
    • Le banche non aiutano i giovani

     

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